Penna ha trasformato la sua fragilità in arte

Matteo Gilberto Tomas, noto con lo pseudonimo di Penna, vede la luce a Siena il 31 luglio 1996. Cresciuto a San Marcellino, incantevole borgo nel cuore del Chianti Classico, trascorre l’infanzia immerso tra boschi e vigneti. Fin dall’età di 6 anni, la scrittura diventa il suo rifugio, mentre la passione per la musica punk e alternative rock e il contatto con la natura ne plasmano il carattere.

Dopo il diploma al liceo classico di Siena, decide di sperimentare la vita a Dublino, un’esperienza contrassegnata da momenti turbolenti, segnata da una relazione tossica e un periodo di autolesionismo. È qui che si avvicina al mondo del rap, ispirato da artisti come Tupac, Eminem e Kaos One.

Successivamente, trasferitosi in Piemonte, entra in contatto con il movimento hip hop torinese grazie all’incontro con Valerio Quaranta. Le jam session e i live con artisti come Rancore e Mezzosangue ne accendono la passione, facendo nascere i primi esperimenti di scrittura rap.

Dopo la laurea in scienze gastronomiche, ritorna nel Chianti, dove durante la pandemia affina le sue abilità nel rap, scrivendo le prime strofe e partecipando a battle di freestyle nella scena rap senese. Fondatore della crew Orange Budd Cypher, contribuisce a portare Siena a livello nazionale.

Nel 2023, sotto la guida di Bill Kiddo, registra il suo primo brano, Pagina Ruvida, e inizia a pubblicare una serie di singoli. Il suo album di debutto, La marcescenza delle ninfee, è atteso per giugno 2024.

Gli abbiamo fatto qualche domanda per conoscerlo meglio.

Immagine: Penna

Intervista Penna

Come ha influenzato la sua infanzia trascorsa nel Chianti Classico la tua musica e il suo stile di vita?

“Sogno di reincarnarmi
Nel sogno di questa vite,
Così da dissetarmi
Dal solco delle ferite,
Dentro le zolle dure,
Sotto l’ombra di un salice.
Mi basta che il mio sangue
Possa darti un solo calice.”
Credo che questo frammento della seconda strofa di Loop possa rispondere alla domanda. Il Chianti è un territorio in cui relazioni ecologiche e relazioni umane si intrecciano in un solo nodo. È una terra ruvida, schietta, nei vini e nelle persone ed è uno dei pochi luoghi al mondo in cui in un borgo di 40 abitanti possono esserci 12 nazionalità diverse.

Qual è stata l’esperienza più significativa durante il tuo soggiorno a Dublino e come ha influenzato la sua arte?

Dublino è stata la mia casa per un anno. È una città in cui ho stretto legami importanti, in cui ho imparato l’inglese, che pian piano sta subentrando come lingua secondaria nel DNA delle mie canzoni e in cui ho affrontato per la prima volta il test della solitudine. Per stare da soli ci vuole un’armonia di fondo, che faccia vibrare l’anima nel modo giusto ed è una cosa che si riesce a sviluppare solo con l’esperienza. L’esperienza più importante del periodo di Dublino per me è stata sicuramente quella peggiore. Insonne, depresso, perso in una fredda spirale di alcol e sesso occasionale, una sera mi sono trovato a dover scegliere fra le due alternative amletiche dell’essere o non essere. Se sono qui, la scelta potete immaginarla.

Come hai scoperto l’immediatezza emotiva del rap durante il periodo difficile della sua vita?

Ho iniziato a scrivere poesie quando avevo sette anni e la scrittura è diventata l’unico modo per convivere con la mia fragilità. Per diversi anni ho sofferto di attacchi di panico, insonnia, depressione cronica e sono stato ossessionato dal pensiero della morte, tentando più e più volte di razionalizzarlo inutilmente. Quando vivevo ancora con i miei genitori mi chiudevo in una stanza e cantavo a squarciagola canzoni punk e alternative rock per esorcizzare la paura, ma sentivo che mancava qualcosa. Ho scoperto che questo qualcosa era il rap!

Quali rapper hanno avuto maggiormente un impatto sulla tua musica durante i primi approcci con il rap?

Ricordo che alle medie ho iniziato ad ascoltare alcuni brani di Caparezza, che per me era e rimane un artista troppo poliedrico per poterlo inquadrare in un solo genere. Tupac, Nas e Kendrick Lamar sono stati i tre artisti attraverso cui mi sono innamorato del macroverso rap. Sempre per quanto riguarda il rap made in USA, citerei anche XXXTentacion, i The Roots (molto sottovalutati), i Gang Starr, Eminem, J Cole, Common e Joyner Lucas. Forse questo sorprenderà, ma ho iniziato ad ascoltare hip hop italiano da artisti che non rappavano in italiano, ma principalmente in napoletano: i Cosang, i lavori solisti di Luchè, Clementino, Lucariello, i brani più crudi dei 99 Posse. Solo successivamente ho fatto la mia esplorazione completa del rap scritto in italiano, scoprendo artisti come Kaos One, gli OneMic, Salmo, Nitro, Marracash, Mezzosangue, Rancore, Murubutu, che in maniera diversa mi hanno tutti influenzato.

Come ha inciso la tua laurea in scienze gastronomiche sul percorso che ti ha portato a diventare un rapper?

Studiare all’Università di Scienze Gastronomiche mi ha dato una visione ecologica e olistica della conoscenza che prima non avevo; credo sia qualcosa che trapela dai miei testi ed è un approccio alla realtà che ho provato ad abbracciare con tutto me stesso. Poter viaggiare in tutto il mondo, studiando sul campo le realtà gastronomiche dall’Ecuador alla Svizzera mi ha dato un’occasione per ascoltare le storie di tante persone e per ragionare attraverso il cibo su temi ambientali, sociali, filosofici. Inoltre negli anni dell’università ho conosciuto Valerio Quaranta, aka Dj Valerione, che mi ha trasmesso per la prima volta la cultura hip hop, da cui nasce il genere rap. Senza le conversazioni che ho avuto con lui in Piemonte, non potrei avere il rispetto necessario per questo genere meraviglioso.

Qual è stato il ruolo della tua relazione amorosa nel suo ritorno alle origini nel Chianti durante il periodo del Covid?

Quando finisce una relazione importante, il mix di emozioni è potenzialmente letale. Il dolore, la nostalgia, il senso di smarrimento, la sensazione di aver fallito, di non essere abbastanza, la voglia di gettare via tutto sono cose che la maggior parte delle persone provano almeno una volta nel corso della propria vita e tutte queste cose possono distruggerti o farti crescere. Per me la fine di quella specifica relazione è stata molto difficile da accettare ed ho anche pensato di non farcela, però per assurdo è stata anche un’esperienza positiva, di cui avevo bisogno e per questo devo ringraziare la mia ex, che ha saputo fare ciò che io, per debolezza, non avrei mai fatto. Mi sono rimesso in discussione, ho affrontato alcuni problemi irrisolti e mi sono trovato di nuovo fra le colline del Chianti con un lockdown generale e una penna in mano. Le prime vere canzoni le ho scritte in quel periodo!

Come ha integrato la tua passione per la lettura di Murakami e la visione dei film di Gaspar Noé nel suo processo creativo?

Tutto ciò che leggi, guardi, o ascolti entra in ciò che sei e nel tuo modo di esprimerti. Murakami mi ha influenzato sia nell’immaginario culturalmente giapponese ma colmo di occidentalismi, sia nella ricerca di immagini evocative e di figure retoriche spiazzanti, come la metafora vuota, di memoria kafkiana. La visione di Murakami della scrittura, comparata all’arte di correre, mi ha dato spunti di riflessione e una strada verso una costanza che sto ancora cercando. Noé è un regista che rompe gli schemi, che non esclude nessun argomento dalle proprie opere e che crea molto spesso delle sequenze shock. Inoltre utilizza delle tecniche di regia innovative, senza finire mai nell’artificio fine a se stesso e nella retorica, un obiettivo che cerco di pormi anche per le mie canzoni. La cadenza ciclica con cui affronta diversi argomenti nelle proprie pellicole è un’altro elemento che sto introducendo nella mia neonata discografia.

Qual è stata la tua esperienza nella scena rap senese e quali sfide ha affrontato nel suo percorso fino ad ora?

Siena è una piccola città con una lunga storia alle spalle e una fortissima identità culturale, dove il tempo sembra essere congelato in un limbo fra il medioevo e la globalizzazione. Non è una città particolarmente aperta a nuove contaminazioni, ma una scena rap esiste già da una ventina d’anni. Questo l’ho scoperto nel periodo dopo il lockdown, sotto la guida di Goodnight Beats, un produttore e amico, che mi ha portato ad alcuni eventi. Ho partecipato alle prime jam session, i primi open mic, le prime battle di freestyle ed ho conosciuto talenti come Bill Kiddo, Tre fedi, Panpi, Miserabile, Mc Vlad, Ioz, Panico, solo per citarne alcuni. Si è creato un bel fermento, piazza del campo è diventata per un paio d’anni il teatro di una serie interminabile di jam e freestyle notturni, sono nati eventi interessanti e ho iniziato a fare le prime trasferte per partecipare a battle di freestyle in giro per l’Italia. Sono esperienze che porterò sempre con me!

Citaci i 5 album che hanno più formato Penna e quello che sei oggi.

All eyez on me di Tupac, ? di XXXTentacion, Blink-182 dei Blink-182, Minutes to midnight dei Linkin Park, Hellvisback di Salmo

Qual è stato il ruolo di Bill Kiddo e El Wacho Italiano nel tuo sviluppo come artista, e come li hai incontrati?

Sono le due persone che più di tutte mi hanno trasmesso il proprio bagaglio tecnico e la propria conoscenza della musica. Ho registrato il primo brano della mia vita con Bill Kiddo, al mio fianco, pronto a settare i volumi e darmi consigli; nel tempo è diventato un vero e proprio Sensei da cui ho appreso molto sulla tecnica del rap e su come si lavora in studio. Durante l’addestramento siamo diventati amici e abbiamo scoperto di avere molto di cui parlare. El Wacho è stato la persona che mi ha convinto a registrare le mie canzoni, ha curato mix e master di tutti e cinque i singoli che ho pubblicato su spotify ed ha creduto in me dal primo istante. Mi ha insegnato la visione di insieme che serve per comporre una canzone e tutto quello che so sull’armonia. Dopo un anno di lavoro insieme, lo considero un fratello e sono onorato di avere all’attivo un featuring con lui. Entrambi saranno presenti nel mio primo album, che pubblicherò a giugno.

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