Quartiere e beneficienza nella musica di Sami Dasango

Manca Samuele, in arte Sami Dasango, è un rapper di Genova, più precisamente di San Gottardo, un quartiere di periferia di Genova Est.

Inizia a scrivere all’età di 16 anni frequentando molti studi a Genova per poi stabilirsi al Luvre con il quale collabora ancora e che in quegli anni gli ha dato la possibilità di far uscire il mio primo ep.

Da due anni a questa parte però ha iniziato lavorare seriamente ai suoi progetti realizzando svariate strofe e collaborazioni. In questi due anni inoltre ha avuto la possibilità di affittare un box che ha trasformato attualmente nel suo studio dove collabora con i suoi amici nonché gruppo di lavoro.

Ha avuto l’occasione di suonare a Milano al Barrio’s vincendo due contest di brani per un’etichetta indipendente; ha sunato anche al GOA BOA quest’estate in apertura del live di Salmo e in altre situazioni più piccole nella sua città.

A testimonianza del suo attaccamento al quartiere, quest’anno ha organizzato un live di beneficenza per rimediare a danni causati da un grave incendio che ha colpito una popolare facendo sfollare tutta la palazzina, finendo sul SECOLO e in TV.

Gli abbiamo fatto qualche domanda per conoscerlo meglio. Questo è Sami Dasango.

Immagine: Sami Dasango

Intervista Sami Dasango

Qual è il significato dietro la tua scelta di adottare “Sami Dasango” come nome d’arte, e qual è il legame con la tua identità?

Quando ho iniziato a fare musica all’età di 15 anni avevo tutt’altro nome, uno di quelli ricercati per il significato – ai tempi andava molto appunto avere un nome “particolare”. Crescendo la cosa mi ha stufato perchè per quanto mi potesse appartenere non mi rappresentava. Così ho colto l’occasione del mio 21esimo compleanno post lockdown per ricominciare da zero, ho scelto Sami
Dasango perchè ci tenevo a rappresentare me e la zona in cui sono nato, riprendendo il mio nome di battesimo e il mio quartiere.

In che modo la collaborazione con il Luvre e la realizzazione del primo ep hanno contribuito alla tua crescita artistica?

Il Luvre mi ha cresciuto: è lo studio a cui ho fatto riferimento fino a che non ho deciso di voler fare tutto da solo. Mi ha sicuramento formato in quanto lì ho conosciuto anche gran parte dei ragazzi con i quali collaboro ora a Genova o ho collaborato ai tempi tramite ft e progetti. Andare in studio a quei tempi era davvero un momento particolare in quanto dovevo assicurarmi di aver pronto tutto e non potevo fare altrimenti, molte volte per registrare ho dovuto fare i salti mortali e questo mi imponeva di dare il meglio.

Raccontaci di un momento particolarmente significativo durante la tua carriera musicale che ti ha spinto a prendere sul serio i tuoi progetti.

Dall’uscita di Nero Opaco ho sentito il bisogno di dover prendere le cose più seriamente. Non tanto per un motivo in particolare, ma per me stesso, sentivo di dovermi dare una possibilità e dare una forma concreta ai pensieri che volevo. Sicuramente il 2023 mi ha regalato un sacco di momenti che porterò con me, ho potuto dare una mano concreta al mio quartiere grazie alla musica, ho aperto vari concerti grossi nella mia città e sono finito sul giornale e in tv e nessuna di queste cose era in programma, motivo per cui mi sono sentito fortemente spronato a fare meglio, lo devo in primis a me, ai miei e ai ragazzi che hanno creduto ai miei progetti.

Puoi condividere un’aneddoto o una sfida che hai affrontato nel tuo percorso musicale negli ultimi due anni e come l’hai superata?

Negli ultimi due anni le difficoltà sono state molte e sicuramente scriverle in qualche riga non mi permetterebbe di dargli il giusto peso. Non riuscivo a scrivere per me, pensavo troppo, spesso poi mi facevo prendere da ansie e da altri pensieri più grandi, per questo ora mi ritrovo cartelle sul pc piene di provini che forse non vedranno mai la luce. Mi veniva sicuramente meglio scrivere “in compagnia”, attribuirei a ciò il motivo per il quale ho lasciato più feat sicuramente che singoli.

Non sono stati anni particolarmente felici, ma ne sono uscito ritagliando i miei spazi, ho ampliato lo studio e preso in mano diverse situazioni che lasciavo come mine vaganti nella mia testa e non solo. Sono sicuramente cresciuto a livello personale e ho ampliamente allenato il mio lato introspettivo, che prima non sapevo gestire.

Descrivi il processo di trasformazione del tuo box in uno studio di registrazione e come questo ambiente ha influenzato la tua creatività e le tue collaborazioni.

Già prima del lock down facevo i provini in casa, avevo allestito un piccolo studio nell’angolo di camera mia dove facevo venire amici o i ragazzi a registrare. Sono contento particolarmente di aver iniziato da lì perchè ho visto molti di loro continuare o addirittura aprirsi il loro piccolo studio in casa. Abitando in periferia ed avendo iniziato da minorenne, per andare in studio impiegavo quasi un’ora di mezzi pubblici; il tempo libero era nettamente diminuito e dovevo ottimizzare quel poco che avevo per continuare a fare musica.

Ho messo da parte i soldi e cercando ho trovato un box abbastanza vicino a casa mia, non ho aspettato a metterci mano, l’ho rifatto da zero al limite delle mie possibilità. Avevo il “sogno” di avere un posto dove poter fare musica come, quando e con chi volevo. Ha svoltato per me in quel periodo sicuramente il modo e l’approccio che avevo di concepire la musica. Quando volevo prendevo le chiavi, se c’era da chiamare qualcuno lo chiamavo per fare sessione assieme altrimenti andavo da solo a qualsiasi ora e fino a che non ero stremato continuavo a far musica. Ancora adesso è così ed è una libertà non da poco; ne sono molto orgoglioso, spero poi ovviamente di alzare sempre più l’asticella e magari quello che oggi è un box domani potrebbe essere la sede di qualcosa di più grosso. Sicuramente ora è luogo di ritrovo per tutti i miei amici con i quali lavoro e per altri artisti della mia città e non, rispecchiando esattamente quello che volevo diventasse.

Parlando dei tuoi live, quali emozioni provi sul palco e come ritieni che la tua musica influenzi la tua comunità?

Quando faccio musica mi sento a casa, in qualsiasi posto, che sia un palco o in studio, le vibes di chi con me sta vivendo quel momento è indescrivibile. In che modo “influenzi” quello che faccio non lo saprei dire, probabilmente non sta a me dirlo in quanto, abbiamo modi di percepire ciò che ci accade in maniera diversa e dovrei chiederlo ad ognuno. Per quello che invece riguarda chi ho vicino, penso di dimostrargli che ci sto mettendo impegno e sacrificio, che se si vuole in maniera particolare ottenere qualcosa bisogna impegnarsi e perseverare per la propria strada
indipendentemente dal risultato ma mettendocela tutta e il resto vien da se.

Organizzare un concerto di beneficenza è un impegno notevole. Come hai coinvolto altri artisti e quali sfide hai affrontato nell’organizzazione di “Get Up!”?

Organizzare eventi non è mai semplice, a maggior ragione se vivi in periferia e gli spazi adibiti ad iniziative di questo tipo non esistono, ma la priorità per me era che questa serata doveva essere fatta in quartiere. Abbiamo avuto diverse problematiche, come tutti i ragazzi che per la prima volta si prestano ad organizzare un qualcosa del genere. Coinvolgere altri artisti non è stato difficile, anzi Genova su questo è molto forte, quando si può fare musica e si può contribuire in maniera significativa sono tutti sempre molto disponibili, lo stesso è capitato ad esempio
con il crollo del Ponte Morandi, quando il 5 Ottobre del 2018 artisti come Tedua, Izi , Bresh e Disme ed altri emergenti della scena Genovese suonarono nello stesso quartiere della tragedia per raccogliere fondi da donare agli sfollati. L’unica grande sfida per noi è stato il tempo, avevamo pochi giorni per organizzare un’evento così importante ma nonostante tutto la gente e la zona hanno risposto benissimo.

Maison Industry ha una missione sociale. In che modo il collettivo cerca di colmare le lacune per i giovani creativi nel vostro quartiere?

Maison Industry è la prima fase di un progetto più grande. Vuole essere luogo d’incontro per gli artisti, cerchiamo di fare il meglio sotto ogni punto di vista in base alle nostre possibilità. In Maison Industry non sai mai chi trovi, Videomaker, producer, grafici, rapper, musicisti, fotografi etc.. Il bello è questo, si inseguono i propri sogni aiutandosi a vicenda.

Parlando dell’evento di beneficenza, come hai visto la risposta della comunità e in che modo ritieni che la tua musica stia influenzando la percezione del quartiere?

Non era mai stato fatto un’evento del genere nel mio quartiere e forse non è proprio stata mai organizzata un’iniziativa di questo tipo. Abbiamo dato il nostro contributo, da quartiere per il quartiere. L’articolo di giornale che parlava di noi ha esordito con ” Se un rapper parla tanto del proprio quartiere nelle canzoni, ma poi non fa nulla per la sua gente, è solo un ennesimo politico in campagna elettorale” cit. Nader, penso non ci sia frase più adatta.

In che modo “Get Up!” si collega a eventi di solidarietà passati nel panorama rap genovese, e quali sono le tue speranze per il futuro di Maison Industry e della tua comunità?

Mi piacerebbe fondare un’etichetta, ampliare lo studio magari creare una realtà per tutti quei ragazzi e persone che vogliono fare musica, video, grafica, fotografica e tutto ciò che gli gira attorno, dove possono collaborare e lavorare ai loro progetti. Tutto questo però vorrei crearlo nella mia città, Genova, che è ricca di potenziale e di persone che a livello artistico e professionale sanno farsi valere. Abbiamo quel valore aggiunto forse dato dai “grandi” della nostra città e se solo avessimo un’opportunità di certo non la lasceremmo andare così facilmente, solo che tocca “emigrare”
verso altre realtà e non tutti hanno questa fortuna. Ho un gruppo di amici validissimo e la visione è la stessa, è solo questione di tempo.

Vi lasciamo i link per poter seguire Sami Dasango su tutti i social network:

InstagramYouTubeSpotify